11.12.17
Questo incontro, al quale ho aderito molto volentieri, ha suscitato anche qualche malumore. Qualcuno si è chiesto cosa diavolo volessero fare questi personaggi: magari un raduno di gufi o di disfattisti?
Ma no, per carità. Va tutto va benissimo. La coalizione e’ unita e forte. La Provincia funziona perfettamente. Il popolo e’ contento. Abbasso i disfattisti!
C’è solo un piccolo trascurabile dettaglio: il mondo sta cambiando con una rapidità sconvolgente, dentro e intorno a noi.
E a noi, fin da piccoli, hanno insegnato che la politica deve essere anche “inquietudine”.
Una inquietudine che spinge ad alzare lo sguardo, a cercare le tracce lontane nella nebbia.
Il Presidente della Provincia, qualche giorno fa, si è augurato che la coalizione la smetta di ragionare guardando solo “dentro il recinto”.
I desiderata del Presidente per noi sono un ordine……
Dunque, eccoci qui a ricercare un pensiero lungo, che ci conduca con lo sguardo oltre il recinto.

Cosa si percepisce se si alza lo sguardo?
Si coglie uno scenario di grandi cambiamenti, che nessuna attività amministrativa, da sola, senza la politica può governare e nessuna politica da sola, senza il supporto di robusti e nuovi presidi culturali, può interpretare.
Non si garantisce un futuro alla nostra Autonomia se non si parte da qui.

Ci sono due principi “esterni” – attorno ai quali l’Autonomia si è costruita – che oggi sono fortemente sotto pressione.
Il primo e’ il principio di “sovranità”.
L’Accordo di Parigi fu un incontro tra due sovranità. Due Stati Nazionali si accordarono ed intrecciarono le proprie volontà sovrane attorno ad una intesa, che poi dette vita alla vicenda istituzionale della nostra Specialità.
Si era a ridosso di una guerra mondiale che aveva devastato l’Europa e agli Stati Nazionali – che iniziavano allora anche il proprio cammino verso l’Unione Europea – era affidata una gigantesca aspettativa di pace, democrazia e progresso economico. Con una enorme fiducia nel futuro.
Oggi, quegli stessi Stati Nazionali vedono erosa la propria sovranità sia dall’alto (per effetto della dimensione sempre più globale dei processi tecnologici, culturali ed economici), sia dal basso (per effetto della loro crisi di identità e del deficit di senso di appartenenza che connota sempre maggiori porzioni di cittadini).
Le Comunità Autonome come la nostra saranno sempre più come una piccola barca che sobbalza nel mare agitato dalle grandi navi alla faticosa, talvolta scomposta, ricerca della rotta.
Ma difficilmente la troveranno, perché ormai è il principio della “sovranità” che fa acqua da tutte le parti. Tentativi di nuovo statalismo e fughe in avanti verso l’indipendentismo di nuove piccole patrie agiranno ancora a lungo le nostre acque.
Fino a che il principio di sovranità dell’otto e nove cento non troverà una sua nuova definizione nei termini della cultura dell’interdipendenza.
E in queste acque dovremo navigare, assieme ai nostri amici e fratelli del SudTirolo.

Il secondo principio oggi in discussione e’ quello del “territorio” come ambito di realizzazione dei poteri autonomistici.
Tutta la vicenda della costruzione giuridica dell’Autonomia si è fondata su un assunto: acquisire da Roma poteri e funzioni adeguate per poter gestire in crescente responsabilità i processi che riguardavano il nostro territorio.
Ma oggi i processi hanno sempre meno origine e destinazione dentro i nostri confini.
Sempre più, ogni giorno, tocchiamo con mano che anche le nostre realtà locali più radicate (si pensi alla nostra cooperazione, al mondo del credito e della finanza, alle nostre principali imprese e così via) sono inevitabilmente costrette a misurarsi su quadranti molto più vasti. E non solo per evidenti ragioni commerciali, ma anche per ragioni più pregnanti, che riguardano il loro stesso controllo.
Non è più la delocalizzazione produttiva. Siamo nella fase della contendibilita’ degli asset, che sempre meno sarà facile mantenere a controllo solo locale.

Ho accennato per soli titoli a questi due “principi” fondanti oggi in forte discussione per dire che, da questo punto di vista degli scenari “esterni”, alzare lo sguardo oltre il recinto vuol dire immaginare una terza fase della nostra Autonomia che sarà molto più impegnativa e perigliosa delle prime due.
Per rapportarsi con la crisi degli Stati Nazionali occorrerà lavorare ad una Comunità Autonoma che rafforzi il suo profilo di “statualità”, oltre ogni tentazione sovranista, ma come Terza via tra statalismo revancista e indipendentismo avventuriero.
La nostra unica via di futuro sarà nella sperimentazione di una nuova idea di “sovranità nell’interdipendenza”.
Per rapportarsi poi con gli scenari che mettono in discussione il principio del “territorio”, occorrerà investire in modo eccezionale e prioritario sui fattori che, soli, possono essere più forti della spinta alla concentrazione e della “dittatura” dei numeri.
Mi riferisco agli investimenti in intelligenza e innovazione; alla custodia del capitale sociale; alla promozione del nostro ambiente storico e naturalistico.
Discutere di Riforma dello Statuto significa, secondo me, partire da qui.
E in questo senso, la pista di lavoro più importante al riguardo dovrà essere quella di ottenere competenze e deleghe statali di “relazione”.
Più che competenze nei settori delle tradizionali “materie” – sempre meno identificabili e definibili a fronte dei cambiamenti di cui sopra – sarà essenziale avere strumenti giuridici che ci consentano di “relazionarci” con i processi globali, come già si è cercato di fare con alcune importanti Norme di Attuazione.

Vorrei aggiungere che ci sono altri due “principi” sui quali la nostra Autonomia si fonda che sono oggi in forte discussione. E riguardano la nostra vita interna.
Mi riferisco al principio di “democrazia diffusa” e a quello di “comunità”.

Non c’è Autonomia Speciale duratura senza una democrazia diffusa.
La democrazia rappresentativa e’ oggi in crisi in tutta Europa. Ma lo è anche da noi, sopratutto nella sua dimensione di attitudine diffusa.
La forza della democrazia autonomistica e’ sempre stata il suo radicamento nelle piccole dimensioni.
La sua radice culturale e antropologica e’ rappresentata dalle antiche forme di micro democrazia comunitaria delle popolazioni alpine, che decidevano assieme attorno alle questioni della vita collettiva.
Possiamo dire che è ancora così nei nostri territori e che questa e’ oggi la radice delle nostre esperienze locali?
Oppure non abbiamo burocratizzato e piegato a logiche di dimensione quantitativa il valore della micro democrazia? E con esso anche quello della micro autonomia?
E come potremo allora sperare che il peso della macro autonomia – con i suoi apparati, le sue dinamiche di potere e le sue spinte tendenzialmente centraliste – non finisca per travolgere proprio lo spirito di libertà e di intraprendenza responsabile?

Analogamente, non c’è Autonomia senza spirito di “comunità”.
I legami di solidarietà e i vincoli di responsabilità, che sono il sale della comune appartenenza alla comunità, sono destinati sempre più a fare i conti con il prevalere di un vento di individualismo.
Quanto della nostra Autonomia potrebbe resistere al primato dei diritti individualistici su quelli collettivi?
O meglio, in che modo possiamo evitare che l’emergere di un nuovo protagonismo dei singoli rispetto alle dinamiche dei gruppi travolga il profilo comunitario della scommessa autonomistica?
Rilanciare l’autogoverno e la democrazia diffusa (anche con idee innovative sul piano del menù istituzionale) e rafforzare il sostantivo “Comunità” accanto all’aggettivo “Autonoma” sono due punti essenziali per ogni strategia futura; due paletti valoriali senza dei quali la nostra Autonomia degrada a mero decentramento statale di funzioni e diventa pura gestione di un potere amministrativo.

La strada è tutta in salita.
Non mi riferisco ai risultati delle prossime elezioni, ma al percorso per dare nuovo senso e nuove prospettive all’Autonomia.
Occorre esserne consapevoli.
Per questo non condivido la sicumera che talvolta traspare da Palazzo.
Servono a poco, su questo piano, le campagne acquisti o le operazioni di potere, che pure, per carità, fanno parte del gioco.
Serve piuttosto l’umiltà della ricerca di un pensiero nuovo; la richiesta di aiuto che dobbiamo rivolgere alle migliori risorse umane locali e non locali; la mobilitazione delle intelligenze dentro e fuori i nostri apparati politici.
Se il documento di collaborazione che PD e UPT hanno sottoscritto ha un senso, lo ha in questa prospettiva: assicurare un contributo originale affinché anche nel prossimo futuro il Trentino ritrovi la sua nuova “anomalia”.
Papa Francesco parla della necessità di un “nuovo umanesimo”: esso non nasce dai vertici del potere, ma dalle Periferie che si fanno “centro”.
Noi siamo stati e possiamo ancora essere una di queste Periferie che si fanno “centro”.
Per questo non possiamo accontentarci; non possiamo abbassare l’asticella.
Per questo e’ ora che si riprenda il filo di un discorso che da troppo tempo abbiamo lasciato inaridire. E la politica non prevede vuoti, come la natura.
Bruno Kessler esortava sempre: che non si spenga l’inquietudine, diceva.
Cos’è e cosa deve essere, se non questo, il centro sinistra?