ALDO MORO
Il sedici marzo di quarant’anni fa le Brigate Rosse rapivano Aldo Moro e uccidevano la sua scorta. Iniziava così il calvario del Presidente della DC, che sarebbe durato cinquantaquattro giorni, fino al tragico epilogo del 9 maggio.

Ma iniziava anche un lunghissimo periodo di transizione, ancora incompiuta, della democrazia italiana.
Non fu certo un caso se le Brigate Rosse colpirono Aldo Moro. Come non fu un caso se qualche anno dopo, nell’aprile del 1988, colpirono Roberto Ruffilli, ispiratore della strategia di riforma istituzionale tentata dall’allora Presidente del Consiglio Ciriaco De Mita.
Si vollero colpire i due principali architetti che stavano cercando di restaurare l’edificio della democrazia italiana, già allora scricchiolante.
É cambiato il mondo, da allora. Si sono succedute fasi politiche turbolente; è nata ed è morta quella che pomposamente abbiamo avuto l’ardire di chiamare “Seconda Repubblica”. Stiamo vivendo pericolosamente la fase della democrazia “post partiti”, quella che qualcuno inizia a chiamare “post democrazia”.
E siamo sempre al punto di partenza, dove furono costretti a lasciare Moro e Ruffilli.
Le nostre istituzioni democratiche sembrano immutabili. Cambiano le maggioranze politiche, ma non l’assetto della Repubblica: il rapporto tra Palazzo e cittadini non si ricompone.
E non saranno certo le effimere fortune dei vincitori del 4 marzo scorso a risolvere le cose.
A quarant’anni di distanza, il problema resta sempre lo stesso: come ricomporre il filo spezzato tra consenso, responsabilità e potere; tra diritti individuali e bene comune; tra democrazia e giustizia sociale.
Non è solo questione di fredda ingegneria istituzionale, ma di politica con la P maiuscola: nostalgicamente maiuscola.