Tempo di stranezze, questo inizio del 2017. E di grosse preoccupazioni.
Inutile negarlo. Un mondo sembra collassato, ma un altro mondo è molto di là da venire.
Le uniche certezze sono quelle dei grandi mutamenti nelle democrazie occidentali, sempre più spinte verso i fronti nazionalisti e populisti e quelle delle cosiddette «democrature». Strano essere ibrido tra democrazia e dittatura, che abita in Russia, Turchia, Egitto – per citare alcuni casi – ma che sembra adattarsi piuttosto bene in tante altre aree del pianeta. 
Siamo di fronte ad una sorta di «tempesta perfetta». Si intrecciano fenomeni di portata strutturale che inducono tutti in una direzione: rendere fragile la base sociale della democrazia rappresentativa.
La globalizzazione economica comporta una nuova redistribuzione del lavoro e della ricchezza. In molti Paesi del Sud del Mondo, milioni di persone – per la prima volta nella storia recente – sono uscite dalla povertà. Nello stesso tempo, nei Paesi del Nord del Mondo, tante altre persone del ceto medio e della cosiddetta vecchia aristocrazia operaia sono invece entrate nella spirale dell’impoverimento e della marginalità.

Tanti cittadini in Europa e in America non sono più del tutto convinti che la democrazia rappresentativa continui ad essere sinonimo di benessere diffuso: al contrario, la crescente disuguaglianza sociale ed economica dimostra, nei loro confronti, che nel sistema c’è qualcosa di veramente profondo che non funziona. E che – temono – nessuno può aggiustare, perché è il meccanismo ad essere bacato.
In questo quadro, il rischio mortale è che la politica si riduca a terreno di scontro tra un populismo becero e uno più raffinato e mite: due facce, in realtà, della stessa medaglia che si autoalimentano a vicenda.
Si tratta di scenari non estranei alle dinamiche della nostra stessa realtà locale.
Vive anch’essa nella temperie sociale e culturale del nostro tempo.
Con una notazione in più: la vive nel contesto di una Autonomia Speciale.
Ora, la speciale Autonomia di cui godiamo può agire in due direzioni.
Da un lato può essere – come storicamente è stata – uno strumento straordinario di coesione comunitaria e, dunque, di perseguimento di finalità di bene comune, capaci di mobilitare nei momenti difficili le energie di tutti nella stessa direzione.
Per converso, dall’altro, può essere invece un acceleratore di disgregazione e di conflitto sociale: circostanza che si avrebbe se la vicinanza e la contiguità con il potere e la presenza sul territorio di tante importanti leve dell’autogoverno si traducessero in un senso diffuso di rivendicazione e di pretesa individualistica e radicale.
Non è scontata la partita tra queste due prospettive. È questione di cuore, di cultura, di buona politica, di etica della responsabilità, di classe dirigente.
Che il 2017 ci porti nuova linfa per sostenere questa battaglia non facile e per far vincere la prima delle due prospettive.