Signora Presidente,
Signor Presidente del Consiglio,
Colleghe e Colleghi,

al Capo dello Stato Sergio Mattarella – verso il quale rinnoviamo il nostro omaggio e la nostra stima – abbiamo assicurato piena disponibilità a sostenere un nuovo Governo.
Lo confermiamo in questa sede e annunciamo il nostro voto di fiducia.
Nessun Ministro e’ espressione della nostra area politica e parlamentare.
Rispettiamo questa decisione, evidentemente legata a logiche che ci vedono estranei.
Ciò non di meno, sosteniamo lo sforzo – l’unico possibile – per una responsabile transizione al voto – che avverrà quando, secondo la Costituzione, il Presidente della Repubblica riterrà doveroso sciogliere le Camere – e ci impegniamo a dare il nostro leale e libero contributo anche in questa fase finale della legislatura, come abbiamo lealmente fatto con i Governi presieduti da Enrico Letta e da Matteo Renzi, ai quali va il nostro sincero ringraziamento.
Abbiamo ascoltato e condiviso il discorso programmatico del Presidente Gentiloni, ispirato a grande onestà intellettuale e chiarezza. E condividiamo anche la giusta rivendicazione di ciò che è stato fatto in questi anni.
Al Governo ora compete, innanzitutto, assicurare il pieno presidio politico istituzionale delle questioni sociali, economiche e bancarie – emerse anche in questi giorni con la loro preoccupante e stringente urgenza – nonché ai passaggi europei e internazionali in programma a brevissima scadenza.
Apprezziamo che il Presidente abbia riconosciuto come centrale e prioritaria la revisione dei sistemi elettorali per Camera e Senato – anche alla luce di eventuali decisioni della Consulta – e sopratutto condividiamo che il Governo accompagni e non pretenda di guidare una discussione che opportunamente deve vedere nel Parlamento la sua sede sovrana.
Auspichiamo che, su questo terreno, si realizzino convergenze oltre i confini della maggioranza di Governo.
Ci sembrano da incoraggiare i pur cauti segnali di disponibilità emersi su questo punto sia da Forza Italia che da sinistra e non ci associamo alle previsioni di chi fa il gufo sulla capacità del Parlamento di assumere decisioni accettabili in tempi ragionevoli.
Confidiamo che la pacata e sobria determinazione del Presidente del Consiglio – associata a con quella del Presidente della Repubblica – possa smentire nei fatti le dietrologie più gettonate sulla nascita di questo Governo.
Se fossero vere, esse darebbero conferma di una visione della politica che confonde la rappresentanza con la rappresentazione e trasforma la contesa politica in una partita a poker.

Signora Presidente,
Signor Presidente del Consiglio,
la difficoltà che l’Italia vive ha radici lontane.
Sarebbe ingeneroso addebitarla ai protagonisti di questa ultima fase politica, non meno di quanto sia arbitrario sostenere che il mondo è iniziato con essi.
“Paese di passioni forti e istituzioni fragili”. Così Aldo Moro, con penetrante lucidità, definiva il nostro Paese.
Il suo era peraltro tempo di vere passioni forti. Quelle delle ideologie e dello scontro tra visioni del mondo. E la fragilità delle istituzioni era, nel suo giudizio, la fragilità di uno spazio “laico”: quello appunto delle istituzioni intese non solo come puro terreno di contesa tra le ideologie, ma come bene condiviso e comune.
Questa sua definizione dell’Italia resta purtroppo ancora valida.
Con l’aggravante che le passioni forti di ieri sono diventate le passioni radicalizzate, tristi e individualiste di oggi, frutto anche di una lunga stagione di precarietà sociale, di crisi civile e di crescita delle disuguaglianze.
Se vogliamo essere onesti con noi stessi, dobbiamo riconoscere che questa crisi di Governo –  aperta con la coerente assunzione di responsabilità del Presidente Renzi dopo il voto referendario –  ha al proprio fondo la lontananza che si è creata rispetto alle tante periferie sociali, generazioni e territoriali del Paese.
Certo, si sono messi all’opera i sacerdoti della conservazione, con ricette vecchie e fuori dal tempo, camuffate con la difesa della Costituzione; ma il punto principale è che non siamo riusciti a costruire attorno all’idea riformatrice il consenso caldo, inclusivo e partecipe di una larga parte di popolo. Questa è l’essenza della rappresentanza politica e nessun’ altra pur pregevole attitudine può da sola rimpiazzarla.
Viene alla memoria quanto diceva ancora nel luglio del 1995 Beniamino Andreatta:
“I fenomeni della secolarizzazione coinvolgono anche i partiti e consistono in quel momento, in quella condizione dello spirito, in cui le cose perdono la loro magia e il loro sorriso. Per ricostruire la magia e il sorriso della politica – continuava – non bastano gli sforzi organizzativi e i nuovi statuti. Vale la capacità di una azione collettiva parallela, in cui la militanza divenga assunzione personale di responsabilità per risolvere i nodi della convivenza, che nessuna soluzione burocratica permette di scogliere”.
Nasce da qui un invito pressante che rivolgiamo a noi stessi e a tutta la maggioranza.
Guai a non cercare di capire le ragioni che stanno sotto la superficie; a non indagare ciò che si muove, di profondo e per certi aspetti di inquietante, nelle pieghe della nostra società; a non cogliere i segnali non solamente di disagio, di solitudine o di protesta, ma anche quelli di opportunismo, cinismo, rassegnazione, indifferenza.
Ne’ i SI che hanno perso ne’ i NO che hanno vinto il 4 dicembre sono, in quanto tali, un patrimonio spendibile da utilizzare in un gioco che voglia essere a somma positiva per il Paese.
Essi ci restituiscono piuttosto l’immagine di una comunità smarrita tra una speranza frustrata e la soddisfazione di chi ha vinto ma non sa cosa e non sa per quale progetto.
E le istituzioni, intanto, per restare a quanto diceva Aldo Moro, rimangono nella loro antica debolezza, per di più in una stagione di sfide globali senza precedenti.
Il ricorso al voto del popolo e’ sempre un valore democratico, quando avviene nelle regole costituzionali. E nessuno, certo non noi, pensa credo che “tirare a campare” sia la soluzione. Ma può essere un “tirare a campare” camuffato di populismo anche il mantra del voto “a prescindere”, per cercare immediate rivincite o conferme di risultati ottenuti.
E non è solo questione di legge elettorale sostenibile e razionale, che oggi non c’è e che non spetta certo alla Consulta di scrivere.
È anche questione di un Paese che rischia di passare da una sfida all’altra, da una giudizio di Dio all’altro, senza che ne’ le classi dirigenti ne’ il popolo abbiano in realtà una idea idea di dove andare.
Pare talvolta sospeso il tempo del pensiero; superfluo interrogarsi , tra una contesa e l’altra, su ciò che si muove nella società.
I ragionamenti sono liofilizzati in tweet; le passioni forti diventano rappresentazione mediatica di tifoserie ora osannanti, ora ostili; le istituzioni un cumulo di macerie.
Lungo o breve che sia il tempo dato al Governo che oggi si presenta alle Camere, esso deve sentire anche il peso di una grande responsabilità: aiutare il Paese ed il sistema politico a ritrovare il senso di una misura e di una missione, perché senza una rinnovata cifra di moralità civile e il presidio di culture ispiratrici, nessun disegno riformatore potrà reggere all’urto del disagio sociale e della crescente sfiducia nella democrazia.

Signor Presidente Gentiloni,
siamo convinti che, in armonia con l’autorevole guida del Capo dello Stato,  sapra’ essere all’altezza di questo compito, valorizzando il sostegno della maggioranza e l’apporto delle opposizioni più costruttive e responsabili. Ma sopratutto siamo convinti che saprà aiutare la comunità nazionale a non smarrire il sentiero nella nebbia, praticando quella che Lei ha definito “discontinuità almeno nel confronto pubblico, per evitare la degenerazione della passione politica”.
Ecco, questa riteniamo sia una buona premessa per attenuare la debolezza delle istituzioni e rianimare la nostra democrazia.
Grazie.