È più che comprensibile il disorientamento di tanti cittadini in vista del Referendum del prossimo 4 dicembre.
La campagna referendaria è ormai palesemente deragliata dal binario della ragionevolezza e si è trasformata in una attesa da «giudizio di Dio», come neppure era accaduto al tempo della scelta tra monarchia e repubblica.
Ciò è oltremodo preoccupante, visto che ci troviamo in un momento del tutto particolare, con l’Europa – sempre più sola e divisa – che si consuma nel suo declino e con i sistemi democratici tradizionali sempre più fragili e impotenti di fronte alla crescita delle disuguaglianze e alla crisi dei ceti medi.
Ma larga parte della classe politica italiana sembra inconsapevole di tutto ciò. E sta utilizzando la partita della riforma costituzionale – importante, per carità, ma non tale da determinare in un senso o nell’altro una tensione di questo tipo – come un’occasione di scontro politico totale.
Con grande gioia dei tifosi da curva sud e con grande disagio di chi non vuole rinunciare ad un atteggiamento responsabile e argomentato e teme che si stia ballando sulla tolda del Titanic.
Collocandomi convintamente tra questi ultimi, provo a proporre alcuni ragionamenti per motivare il mio Sì, al di là delle pur dirimenti motivazioni di coerenza con il voto reso in Parlamento.
In primo luogo, riconfermo quanto già espresso altre volte circa l’opportunità che la Riforma offre per la nostra speciale Autonomia, pur nel quadro di forte contestazione del regionalismo italiano e pur nel contesto dell’aria ostile che tira, non da oggi, in Parlamento e nel Paese contro gli Statuti Speciali.
Molto difficilmente, in una prossima eventuale tornata di riforme che dovesse seguire alla vittoria del NO, sarà ottenuta quella sorta di «deroga» prevista dall’art. 39, comma 13 della proposta in discussione.
Sospensione dell’entrata in vigore delle nuove disposizioni più centraliste e clausola dell’intesa per la revisione degli Statuti saranno anche due principi formulati in maniera non perfetta, ma costituirebbero un appiglio importante per il futuro.
Su questo punto, mi pare che tutto ciò che era da dire è stato detto; speriamo che gli elettori trentini e sudtirolesi, nonostante legittime preoccupazioni e fondate perplessità, decidano di dare fiducia a questo percorso che parte con la Riforma Costituzionale e arriva al cosiddetto Terzo Statuto, passando per una prima modifica urgente, tesa a mettere in sicurezza le competenze e a trasformare in permanente la clausola dell’intesa, ora prevista come «una tantum».
Naturalmente l’impatto sulla nostra Autonomia non può essere però l’unico metro di valutazione della Riforma.
Questa Riforma – in via generale – non è la migliore che si potesse immaginare per l’Italia.
Ma non pregiudica affatto la democrazia e non peggiora certo la situazione attuale.
Essa non modifica di una virgola la prima parte della Costituzione, nella quale sono descritti i principi che i Padri della Repubblica hanno posto a base della nostra vita civile; non accresce i poteri del Governo e del suo Presidente e non riduce quelli di Parlamento, Capo dello Stato e Consulta; nulla dice di nuovo a riguardo della Magistratura, che dunque si fatica a capisce perché, in alcune sue componenti organizzate, si scagli contro con un tale furore.
La Riforma cerca, molto più modestamente, di aprire una stagione di maggiore efficienza nella vita delle istituzioni.
Lo fa con alcune innovazioni che potranno anche essere da alcuni ritenute discutibili, ma che certo non possono essere censurate come liberticide.
La fiducia al Governo e la funzione legislativa in via generale sono affidate alla sola Camera dei Deputati e non più a tutte due le Camere. Il Senato sarà principalmente occupato ad affrontare questioni legate ai territori e per questo sarà composto da rappresentanti delle Regioni e Province Autonome nonché dei Comuni. Tali rappresentanti non saranno più eletti direttamente dai cittadini, ma dai Consigli Regionali e delle Province Autonome, a loro volta, comunque, espressione democratica dei cittadini elettori. Il Senato, comunque, avrà il compito di votare anche le leggi più importanti (per esempio quelle costituzionali e quelle connesse al rapporto con l’Unione Europea) e potrà – se lo decidono i due terzi dei senatori – richiedere modifiche alle leggi approvate dalla Camera. Ma questo dovrà essere richiesto entro dieci giorni e le proposte di modifica dovranno essere definite entro un mese. Dopo di che, in ogni caso, la Camera dei Deputati avrà l’ultima parola e la Legge sarà definitivamente varata.
Tutto ciò è contro la democrazia? Non direi. È piuttosto una manutenzione delle nostre regole democratiche, che oggi troppo spesso (non sempre, ovviamente) consentono lungaggini e tatticismi poco ragionevoli e poco in sintonia con i tempi della vita della comunità.
Il Governo potrà chiedere che la Camera deliberi il requisito di urgenza di un provvedimento. In tal caso, essa si dovrà esprimere nel merito entro tre mesi al massimo. Anche questo è contro la democrazia? Niente affatto. Anzi, è piuttosto la coerente traduzione del principio di responsabilità e, oltretutto, potrà evitare il ricorso improprio alla decretazione d’urgenza da parte del Governo, pratica diffusa da anni che riduce il Parlamento ad un consesso di pura ratifica.
Si contesta poi che la nuova legge elettorale (l’Italicum), attraverso il premio di maggioranza, affida troppi seggi alla maggioranza. Ma la legge elettorale non è compresa nella Riforma Costituzionale oggetto del Referendum del 4 dicembre; è una legge ordinaria a parte, sulla quale vi è già comunque l’impegno a rivederla e pende peraltro anche un giudizio presso la Consulta, che si esprimerà ai primi di gennaio.
Si cita Calamandrei («quando si discute di Costituzione, il Governo deve tacere») per censurare il fatto che invece questa Riforma e’ diventata quasi una bandiera personale del Premier Renzi. L’osservazione è pertinente e fondata, ma non tiene conto della circostanza che tutto è partito – all’inizio di questa legislatura anomala e scombinata, senza un vincitore alle elezioni del febbraio 2013 – con il concorso convinto sia del centro destra che del centro sinistra: ma poi, lungo la strada, Berlusconi e i suoi, dopo aver votato a favore delle prime letture della Riforma, si sono sfilati per motivi che – come sappiamo – nulla avevano a che vedere con il merito.
Che si doveva fare, buttare tutto all’aria perché Berlusconi – che già era uscito dal Governo Letta per protesta contro l’applicazione nei suoi confronti della Legge Severino sulla decadenza dei parlamentari condannati – si era offeso di fronte all’elezione al Quirinale di un galantuomo come Sergio Mattarella?
Per quanto si possa essere critici nel merito, non vi sono ragioni fondate per ritenere questa Riforma una minaccia alla democrazia.
La si può ritenere un po’ pasticciata? Sì, può essere. Ma questo è il risultato del lavoro lungo e difficile del Parlamento e dei compromessi raggiunti. E in ogni caso il 4 dicembre non siamo chiamati a confermare le Tavole di Mosè, imperiture nella storia.
In tutti i Paesi democratici i meccanismi organizzativi delle istituzioni sono oggetto di monitoraggio, sperimentazione e – se del caso – di correzione dopo l’esperienza sul campo. Pensiamo al nuovo procedimento legislativo non più ispirato al bicameralismo paritario: bisognerà vedere anche attraverso i necessari nuovi Regolamenti Parlamentari se questa Riforma avrà bisogno di aggiustamenti. Non sarà un dramma farli.
Oppure pensiamo al rapporto con le Regioni.
La Germania ha modificato più volte la propria legge fondamentale che regola i rapporti tra Governo federale e Laender. Sarà certamente così anche in Italia, perché la presa d’atto delle luci e delle ombre derivanti dalla Riforma «federalista» del 2001 a riguardo delle Regioni Ordinarie – che ha ispirato questa Riforma – non può essere considerata una soluzione a regime. Occorrerà una fase di rifondazione del regionalismo e del ruolo dei poteri locali, che deve nascere dall’esperienza concreta sul campo. Per questo – e non solo per noi quassù – è importante che la Riforma abbia previsto la citata clausula di salvaguardia per le Regioni a Statuto Speciale, che molti sciamani dello statalismo considerano eversiva: essa può invece dare luogo ad una stagione di confronto virtuoso tra esperienze concrete di autonomismo responsabile, magari utilizzando finalmente, da parte delle Regioni ordinarie, le possibilità previste dall’articolo 116, terzo comma (forme concordate di specializzazione dell’autonomia regionale).
C’entrano questi ragionamenti con quello che sarà il voto del 4 dicembre? Mah, possiamo legittimamente dubitarne. Di certo, c’entrano poco, purtroppo, con questa sguaiata campagna elettorale che – soprattutto negli ormai insopportabili talk show – sembra occuparsi d’altro: e cioè solo dei futuri assetti del potere politico e dei nuovi equilibri dentro i Palazzi.
Limite fondamentale che deriva dall’atteggiamento del Premier (sono lealmente impegnato per il SÌ, ma condivido assai poco della gestione politica di questa fase), ma soprattutto da quello dei suoi oppositori interni ed esterni, che fondano le ragioni del NO sulla quasi esclusiva volontà di «mandare a casa Renzi».
Da questo punto di vista, comunque vada il 4 dicembre, occorrerà che, sotto l’autorevole sguardo del Presidente Mattarella, tutte le forze politiche e le loro componenti interne recuperino saggezza, equilibrio, sobrietà e senso di responsabilità verso le vere emergenze dell’Italia e dell’Unione Europea.