Incontro promosso da UCID (Unione Cristiana Imprenditori e Dirigenti)
Trento, Ferrari Incontri – 24 ottobre 2016
Dividerò questa riflessione in tre parti.
La prima: l’impatto della riforma costituzionale oggetto del referendum confermativo del prossimo 4 dicembre sulla nostra Autonomia.
La seconda: le possibili linee di azione per la revisione dello Statuto.
La terza: le sfide “non giuridiche” che dobbiamo affrontare.
Primo. La riforma costituzionale.
Non è corretto dire che la riforma costituzionale minaccia l’Autonomia, così come non è neppure corretto sostenere che non vi interferisce.
Più semplicemente e in via generale, la riforma interpreta una fase particolare della vicenda istituzionale del nostro Paese e risente certamente di un vento impetuoso che spira contro le autonomie; tutte le autonomie, quelle territoriali e anche quelle sociali.
Il bersaglio principale e’ oggi proprio rappresentato dalle Regioni.
Bisogna tenere presente la natura della statualita’ italiana: ad essa è sostanzialmente sconosciuta la dimensione regionale.
Le Regioni sono state introdotte nell’ordinamento italiano con la Costituzione Repubblicana ma sono state interpretate – peraltro con anni di ritardo – come un corpo estraneo. Lo stato centrale non ha modificato la propria ispirazione centralista, alla quale ha storicamente fatto da contraltare solo il radicamento municipalistico. Il governo del territorio si è sempre immaginato come rapporto tra Stato e municipi. Campanili e Stato Nazionale. Le Province, non a caso, erano articolazioni funzionali dell Stato, ambito di operatività del prefetto.
Con la riforma del Titolo V della Costituzione del 2001 si è cercato di passare ad una idea di Repubblica Federale.
Ma il passaggio e’ stato quasi solo nominalistico. E la gestione amministrativa e politica di quella riforma deve registrare un sostanziale fallimento.
Su questa realtà si è scaricata di recente la crisi economica e sociale, con i suoi effetti anche nel campo dei rapporti tra cittadini e istituzioni, che ha fatto crescere – nella considerazione ormai pressoché generale e politicamente trasversale – la volontà di riportare in capo allo Stato competenze che nel 2001 la Costituzione aveva affidato alle Regioni.
Peraltro va detto che già la Riforma Costituzionale approvata dal centro destra e bocciata
dal Referendum nel 2006 risentiva di questo vento, nonostante la retorica federalista messa in campo dalla Lega Nord, che all’epoca non si era ancora trasformata in un movimento iper nazionalista.
Pochi forse lo ricordano, ma in quella proposta di riforma finivano nella competenza esclusiva dello Stato molte delle competenze che il testo del 2001 definiva come concorrenti: l’energia e le grandi opere infrastrutturali, per fare solo un esempio. Esattamente come si propone con la Riforma oggetto del prossimo referendum.
Così come, per fare un altro esempio, anche quella riforma prevedeva una sorta di clausura di supremazia, con la quale lo Stato avrebbe potuto entrare nelle materie di competenza regionale se ravvisava ragioni di interesse nazionale.
Il cedimento strutturale, in atto ormai da anni, dell’impalcatura regionalista immaginata con la riforma del 2001 non può che contrariare chi come noi ha una visione decisamente autonomista, ma non deve stupire, purtroppo.
La cosiddetta svolta federalista italiana aveva basi culturali fragili nella mentalità collettiva (essere autonomi non può significare solo congetture giuridiche, ma implica una costituzione materiale ispirata al valore dell’autogoverno) e ancor più fragili erano i pilastri sui quali poggiava la governance politica e tecnica delle Regioni, ovviamente salvo lodevoli eccezioni.
Fragilissima, se non inesistente, e’ stata poi l’azione di riforma degli apparati centrali dello Stato, che hanno continuato ad operare con la vecchia logica anche nella stagione del regionalismo e assolutamente inadeguato si è rivelato l’evolversi della normativa in tema di autonomia finanziaria, che non ha mai affrontato il tema della relazione tra responsabilità della spesa e responsabilità dell’entrata.
Questo è il quadro, inutile negarlo. E su questa constatazione del fallimento del regionalismo si riscontra in Parlamento e nella pubblica opinione italiana una convergenza che rasenta l’unanimita’.
La nostra esperienza autonomistica ha radici e sviluppi radicalmente diversi. E non è solo questione di risultati e di buon governo.
Il fatto è che noi veniamo da un’altra storia istituzionale.
La nostra Autonomia non è figlia del Titolo V del 2001: e’ figlia, come sappiamo, dell’Accordo di Parigi del 1946.
La sua matrice non è né quella del “decentramento” ne’ quella della “devolution”: e’ invece radicata nella costituzione materiale dei nostri territori e si rifà ad una idea mitteleuropea di micro autonomie municipali e di istituzioni collettive intimamente connesse con una aspirazione al Land.
Aspirazione per qualche tempo molto parzialmente corrisposta nella appartenenza al Land Tirolo, ma pienamente “riconosciuta” solamente con lo Statuto del 48, figlio dell’Accordo Degrasperi-Gruber ed ancor più con il Secondo Statuto che ha sancito – pur nella cornice dell’unicità statutaria, patrimonio che solo la follia può oggi mettere in discussione – la peculiare soggettività istituzionale delle due comunità autonome di Trento e di Bolzano, cosa inedita per Trento ma anche per Bolzano nei confronti del Tirolo del Nord.
Non sempre questa nostra peculiare diversità istituzionale viene compresa.
Basta leggere, da ultimo, quanto ha scritto il prof. Michele Ainis su Repubblica di ieri e meditare sulla sua lamentazione: con l’art. 39 comma 13 della Riforma, ha scritto, lo Stato rinuncia a ridimensionare le Autonomie Speciali e il divario tra esse e le Regioni ordinarie e’ destinato a crescere.
Per Ainis, come per tanti commentatori e comunicatori, la nostra è una autonomia come tutte le altre, solo con più soldi e – ma questo spesso non viene detto – con più competenze, in ragione di circostanze fortuite della storia, oggi totalmente superate.
E, dunque, una riforma costituzionale valida dovrebbe omologare tutte le Regioni, possibilmente trasformandole in ambiti amministrativi privi di reale potere autonomo e riunificandole in una decina circa.
Non ho qui il tempo per approfondire questa lettura. Mi basta però osservare che noi trentini, così come i nostri amici della Provincia di Bolzano, dovremmo meditare bene sulle parole di Ainis.
La sua condanna senza appello dell’art. 39, comma 13 della Riforma (“con questa norma lo Stato rinuncia a ridimensionare le autonomie speciali”) indica esattamente il motivo per il quale ritengo che sia prudente e lungimirante votare SI il prossimo 4 dicembre, pur con dubbi e preoccupazioni che di sicuro ci sono e ci saranno in futuro. Mi riferisco qui alle questioni autonomistiche, al netto di altre valutazioni di tipo generale sulla riforma oggetto di referendum confermativo sulle quali non è questa la sede per esprimersi.
L’articolo 39, comma 13, della Riforma prevede due punti di grande importanza.
Due punti decisamente bizzarri, rispetto alla tradizione giuridica prevalente in Italia: per questo si può parlare di un piccolo miracolo compiuto dalla nostra delegazione parlamentare.
Il primo riguarda il principio dell’intesa tra Autonomie e Stato per la modifica dello Statuto. Questo vincolo non esiste nella attuale Costituzione.
Era previsto- ad onor del vero – nella proposta di Riforma varata dal Centrodestra e bocciata dal Referendum del 2006.
Ma – sempre ad onor del vero – in quella proposta non era però previsto il secondo punto di garanzia che invece abbiamo ottenuto questa volta e senza del quale l’istituito dell’intesa perde oggettivamente una parte del suo significato.
Mi riferisco alla clausola di sospensione dell’entrata in vigore nel nostro territorio delle nuove previsioni costituzionali riguardanti i rapporti Stato Regioni.
Punto fondamentale, perché se l’intesa per la modifica dello Statuto dovesse essere ricercata dopo l’entrata in vigore, anche per noi, delle nuove disposizioni più restrittive, la trattativa ne risulterebbe gravemente inficiata e sostanzialmente per noi perdente.
Invece, l’art 39 comma 13, stabilisce che non entrino in vigore da noi ne’ il nuovo assetto delle competenze (con la esclusiva titolarità dello Stato in materie come l’energia e le grandi infrastrutture, per esempio) ne’ il cosiddetto principio di supremazia statale (che consente allo Stato di intervenire anche nelle materie affidate alle Regioni se ravvisa motivi di interesse nazionale per farlo) e neppure le nuove modalità di esercizio da parte del Governo dei poteri sostitutivi in caso di inadempienze.
Capisco bene che gli sciamani dello statalismo si straccino le vesti di fronte a queste due
“eresie”: capirei meno che i destinatari di queste vere e proprie “deroghe” non si affrettassero a coglierle come una opportunità non certo risolutiva, ma sicuramente interessante.
Alludo, pur con il rispetto dovuto a tutte le posizioni, al passaggio referendario del 4 dicembre, ma alludo sopratutto al dopo, nel caso di prevalenza del SI, assodato che se la Riforma venisse bocciata, temo proprio che un secondo miracolo dif ficilmente si manifesterebbe.
Alludo a ciò che occorre fare con grande impegno per cogliere questa finestra che si potrebbe aprire e dunque alle strategie connesse con la Riforma dello Statuto di Autonomia, argomento al quale si riferisce la seconda parte del mio intervento.
Secondo. La revisione dello Statuto
Le opportunità vanno colte, dicevo. Ma occorre prepararsi e non giocare di semplice rimessa.
Esprimo qui una sincera preoccupazione. Nonostante l’attivazione di forme anche innovative di discussione, come la Consulta a Trento e la Convenzione a Bolzano, non mi pare che le nostre comunità siano sufficientemente avvertire di ciò che si sta avviando. Non mi pare che mediamente cittadini, forze politiche e sociale, mondi culturali siano consapevoli di ciò che significa una fase come questa.
Ho detto altre volte e ripeto qui: modificare lo Statuto – in particolare se si ha addirittura l’ambizione, forse smisurata, di parlare di Terzo Statuto – non è questione da soli giuristi. In prima battuta e’ questione culturale, sociale e politica.
Personalmente, continuo a pensare che occorra una strategia in due tempi.
La prima fase di riforma dello Statuto dovrebbe riguardare la messa in sicurezza definitiva delle nostre competenze e in generale delle nostre prerogative nei confronti dello Stato.
Si tratta di una fase molto urgente, poiché la clausola sospensiva prevista dall’art 39 prima citato non può durare evidentemente in eterno e non è prudente sfidare la sorte. Dunque, bisogna prepararsi a mettere al riparo in via definitiva il nostro assetto istituzionale.
Credo che i capitoli di questa prima fase di riforma statutaria dovrebbero essere tre.
In primo luogo, la conferma delle nostre competenze, con l’obiettivo di qualificarle tutte in primarie, soggette cioè solo ai vincoli di cui all’articolo 4 dello Statuto vigente.
In secondo luogo, il rafforzamento del ruolo delle Norme di Attuazione intese anche come strumento pattizio mediante il quale i principi generali dello Stato trovano applicazione nel nostro territorio in maniera armonica rispetto alle sue peculiari caratteristiche.
Mi riferisco qui in particolare alle cosiddette “competenze trasversali”, per loro natura di carattere statale e capaci di pericolosa invasivita’ in tutti gli ambiti, benché affidati a competenze locali. Penso al coordinamento della finanza pubblica; alla fissazione dei livelli minimi delle prestazioni; alla disciplina della concorrenza e via dicendo.
In questi ambiti dovremmo ottenere che la traduzione da noi di questi principi avvenga attraverso Norme di Attuazione e dunque attraverso atti pattizi con i quali raccordare queste competenze trasversali con le prerogative della nostra autonomia e con le peculiari
caratteristiche della nostra comunità e del nostro territorio.
In terzo luogo, la conferma del principio dell’intesa per la modifica statutaria non solo “una tantum” in relazione alle modifiche costituzionali (fatto già straordinario, come detto) ma a regime, con l’indicazione delle modalità procedurali con le quali tale principio si deve tradurre. Al riguardo, potremmo far riferimento alle procedure indicate nella proposta di modifica costituzionale bocciata nel referendum del 2006.
Come ripeto, si tratta di un primo pacchetto di modifiche statutarie di tipo “conservativo”, estremamente urgenti in caso di approvazione della riforma costituzionale e riferite appunto ai rapporti con lo Stato.
Su queste modifiche non credo servano particolari discussioni politiche o particolari forme di partecipazione: le ritengo patrimonio consolidato e diffuso nella nostra comunità, o almeno mi meraviglierei se così non fosse.
Per questo non capisco francamente la polemica che si è sviluppata attorno alla iniziativa assunta dalla nostra delegazione parlamentare in Senato; essa era appunto un primo tentativo di radicare in Parlamento una procedura finalizzata a questo obiettivo.
Sono contento che da ultimo in Consiglio Regionale sia prevalsa l’idea di dare un parere favorevole alla proposta, anche se purtroppo abbiamo perso tempo prezioso.
La seconda fase di revisione statutaria dovrà invece occuparsi dei rapporti “interni”, delle relazioni con Bolzano e Innsbruck e del modo attraverso il quale vogliamo utilizzare le competenze che nel frattempo – speriamo – avremo consolidato nel rapporto con Roma.
In altre parole: dovrà occuparsi del “cuore” della questione autonomistica.
Penso che sia questo principalmente il compito di Consulta e Convenzione; ma è anche il compito di tutti gli attori sociali, culturali e politici.
I capitoli di questa seconda fase di riforma statutaria possono essere a mio parere di grande interesse.
Per fare alcuni esempi:
– architettura democratica e strumenti di partecipazione;
– articolazione dei poteri pubblici: autonomie locali, poli urbani e governance delle valli
– rappresentanza istituzionale innovativa delle comunità linguistiche minoritarie;
– valorizzazione dei beni comuni e principio diffuso di sussidiarietà;
– forme innovative di patto sociale per la competitività territoriale e la lotta alle
disuguaglianze;
– nuovo assetto del quadro regionale ed euroregionale.
Su questo punto serve una attenzione particolare. Occorre evitare sia un risorgente ed oggi immotivato Los von Trient che si nota qua e là a Bolzano, sia la tentazione di riproporre da parte trentina una visione della Regione come ente tradizionale di governo, modello primo Statuto, che porterebbe nuovamente allo scontro e all’inimicizia, minando la fiducia che faticosamente abbiamo ricostruito dopo il drammatico periodo degli anni sessanta.
La strada da percorre e’ piuttosto quella della fantasia istituzionale.
I nostri padri hanno inventato all’epoca la geniale ed inedita formula di un Consiglio Regionale sommatoria dei due Consigli Provinciali. Dobbiamo avere lo stesso coraggio
innovativo per definire oggi un livello regionale atipico, annusato in realtà già con la cosiddetta staffetta, pensato in coerenza con la centralità delle due Province e capace di valorizzarne però la natura di comunità autonome ma al tempo stesso correlate l’una all’altra.
Ipotesi interessanti al riguardo si possono trovare negli studi già formulati ancora sul finire degli anni 90 da Giampaolo Andreatta, Roberto Toniatti e Peter Perenthaler (e pubblicati nelvolumeuscitonelmarzodel1999)edaultimodaRobertoToniattie GianfrancoPostal nel lavoro uscito nel 2003.
Essenziale poi rimane poter dare corpo all’intuizione euroregionale, di cui in realtà troviamo traccia, benché vaga, già nell’art.3 dell’Accordo di Parigi.
La formula oggi esistente del Gect (l’unica disponibile in base alle norme) si rivela ovviamente inadeguata e fragile. Occorre dare nuova base normativa all’Euregio, attraverso la riforma statutaria, in maniera che essa possa avere un suo più pregnante profilo istituzionale ed operativo, nel vero spirito europeo.
Questioni importanti, dunque, alle quali si aggiunge il dibattito sull’aggiornamento degli istituti di tutela etnica per quanto riguarda Bolzano.
Questioni che chiamano in causa in prima battuta non tanto le tecnicalita’ giuridiche, quanto piuttosto l’idea di società e dunque i valori culturali, civili e politici.
Ed è su tale orizzonte che vorrei concludere con la terza parte di questo intervento. Terzo. Le sfide “non giuridiche”.
Sono persuaso che il vero pericolo per la nostra Autonomia e’ costituito dalle insidie dei grandi mutamenti epocali del nostro tempo.
Prevalgono i diritti individuali su quelli collettivi; le nuove tecnologie dell’informazione annullano il senso dello spazio; i processi economici, culturali, demografici danno vita ormai a flussi che attraversano i territori, modificando in profondità il significato dei luoghi e dei confini; l’Europa – nel cuore della quale noi abbiamo sempre rivendicato di essere, convinti dunque di costituire il centro del centro del mondo – appare oggi stanca e avvizzita, incapace di reggere al confronto con nuove e competitive centralità globali; la crisi della democrazia rappresentativa e della rappresentanza politica lascia sempre più spazio all’emergente populismo, che si fonda sul rapporto diretto tra individuo e potere, ovunque esso sia, lontano o vicino al territorio, lontano o vicino alle istituzioni tradizionali di autogoverno della comunità. E senza mediazione comunitaria dei diritti e delle aspettative, in una logica di bene comune, non vi è Comunità Autonoma, non vi è Autonomia nel senso ambizioso e pieno del termine.
Queste mi sembrano alcune delle sfide culturali che abbiamo difronte e che costituiscono il vero terreno di prova per la nostra Autonomia nel lungo periodo.
Si dice spesso: ma Bolzano se la caverà comunque, perché ha la tutela diretta di Vienna e perché può vantare una questione etnica che il Trentino non ha.
Vero. Ma questa lettura e’ di corto, cortissimo respiro.
Può avere un certo fondamento per contrastare qualche iniziativa ostile del Governo
Nazionale. Ma risulta totalmente fuori scala rispetto alla forza invasiva dei processi culturali e sociali a livello globale, cui prima accennavo.
Essi scuotono i pilastri fondanti non solo per noi, ma anche per i nostri amici e fratelli di Bolzano.
Se per noi la separazione con Bolzano produce un rischio di declino verso i modelli di matrice lombardo veneta, per loro produce il rischio altrettanto micidiale di diventare una piccola patria etnica nel tempo delle interrelazioni e della globalità dei rapporti.
Non abbiamo dunque alternativa. Occorre dialogare con le componenti più aperte e responsabili della comunità sudtirolese di lingua tedesca, ladina e italiana, per costruire una nuova idea di cooperazione istituzionale tra Trento e Bolzano, nel quadro di una Euroregione veramente strutturata e legittimata.
La prospettiva non è per nessuno l’auto isolamento.
Occorre che lo capiscano gli amici che sognano un nuovo Los von Trient, magari pensato come antipasto di un Los von Rom.
Ma occorre che lo capiamo bene anche noi trentini, perché oggi siamo troppo distratti e poco consapevoli della posta in gioco.
Abbiamo a che far con una sfida culturale e civile non di breve momento, forse la più difficile che abbiamo mai affrontato, perché inedita e senza rete.
Quella dimensione di Land che abbiamo conquistato dopo secoli di battaglie e di cui abbiamo beneficiato per un periodo tutto sommato molto breve in rapporto alle dinamiche della storia, non è scontata.
Abbiamo bisogno di investire ancora e sempre di più in intelligenza.
Perché solo l’intelligenza ci aiuterà a colmare un deficit strutturale che fa parte della nostra condizione: quello tra le ambizioni di autogoverno da una parte e le dimensioni del nostro territorio dall’altra.
Questo problema è reso ancor più stringente dalle dinamiche di questi anni. Pensiamo alle istituzioni più tradizionali come quelle del credito cooperativo o alle questioni recentemente esplose della proprietà del sistema editoriale o ancora alla difficoltà di corrispondere alla domanda di prospettive delle nuove generazioni o alle discussioni sulle alleanze imprenditoriali nel settore dell’energia.
Solo una robusta infrastruttura comunitaria di intelligenza e di valori civili può aiutarci a mantenere la nostra peculiarità. Non l’arrendevolezza; non la chiusura arrogante e auto celebrativa.
Abbiamo bisogno di chiamare a raccolta tutte le energie della nostra comunità, di mobilitare tutte le risorse, di includere tutte le forze della società trentina.
Ma questo non basterà.
Abbiamo anche bisogno di trasformare la questione della nostra autonomia in questione di interesse europeo.
La suggestione di una Comunità Autonoma che ricerca una terza via tra localismo micro nazionalista da un lato e omologazione verticalizzata dall’altro – perché di questo si tratta – può interessare non solo noi, ma tanti osservatori e tante realtà sempre più consapevoli che alla grande crisi della democrazia europea non si può corrispondere con nessuna di
queste due pericolose scorciatoie.
Papa Francesco parla di nuovo umanesimo e di ripartenza dalle periferie.
La nostra Autonomia deve rafforzare non solo l’aggancio all’Accordo di Parigi, ma anche a questa visione di un futuro nel quale la scala della pura quantità e il mantra della verticalizzazione non travolgano l’idea di una società che rispetta la persona, le comunità piccole o grandi che siano e i rapporti orizzontali.
La crisi della nostra democrazia europea, del resto, non è solo crisi di efficienza ma sopratutto di “senso”.
Per questo insisto anche nel ritenere che il filo conduttore simbolico della seconda parte della riforma statutaria debba essere una scommessa anche di parole: ad iniziare dalla denominazione di Comunità Autonoma che può marcare un significato innovativo rispetto a quello di Provincia, storicamente assunto sulla base di un menù terminologico oggi peraltro in via di cancellazione dalla Costituzione.
Si tratta di una scommessa che deve farci tremare le vene ai polsi e alla quale siamo oggi sostanzialmente poco preparati.
Ma avremmo le risorse per affrontarla, se ritrovassimo le tracce del sentiero antico che ci ha visti superare difficoltà inaudite nella nostra storia, dietro a condottieri che andrebbero ricordati in modo non effimero e meno interessato.
Servono una mobilitazione delle coscienze; il gusto di immaginare scenari di lungo periodo; la voglia di stare assieme non per difendere il bidone ma per guadagnare prospettive ogni inesplorate.
Serve anche buona politica: ma qui mi fermo, perché – per fortuna – temo di aver esaurito il tempo della vostra cortese attenzione.