Un documento proposto dalla Lista ” Scelta Civica con Monti ” del Trentino Alto Adige per una politica per la montagna alpina
OBIETTIVI
Le montagne alpine sono certamente giacimenti di risorse naturali, ma sono allo stesso tempo aree abitate strategiche per la crescita e la sicurezza del territorio e per garantire una ricchezza identitaria ed economica basata sul valore della diversità e della biodiversità.
Condizione necessaria per abitare in montagna, come in qualsiasi area del Paese o del pianeta, è che vi si trovi lavoro e qualità della vita, sulla base di standard qualitativi competitivi con altre aree urbanizzate. Accanto a un modello di sviluppo appropriato e pluralista e condizione per la sua realizzazione, è decisiva una rete di servizi in campo scolastico, sanitario, di servizi pubblici in generale, che attraverso livelli organizzativi decentrati garantiscano non solo il servizio in sé, ma la presenza sul territorio di opportunità lavorative e quindi di esperienze diversificate che sono alla base di una società plurale e solidale. Laddove, nei territori montani, si è prestata attenzione alla combinazione adeguata di questi fattori, i risultati sono evidenti e tangibili ed è quanto mai opportuno perseverare in quella direzione e approfondire e mirare ulteriormente le scelte.
La struttura fisica del territorio ha, naturalmente, un’incidenza decisiva e le scelte devono essere coerenti. Un territorio in cui i collegamenti stradali e ferroviari come le connessioni di rete tecnologica devono superare valli e montagne é un territorio oggettivamente svantaggiato. Si tratta di intervenire per elaborare quello svantaggio e valorizzarne le potenzialità intrinseche. Decisivo in tal senso è evitare la separazione tra le città del fondovalle e le valli. Per questo è necessario intervenire per rinforzare la struttura delle relazioni tra città e valli, che é alla base del modello socio-economico alpino. I poteri autonomistici/legislativi e finanziari adatti ad interpretare la diversità del territorio montano sono cruciali per il perseguimento di questi obiettivi.
ANALISI
Le particolari condizioni ambientali dei territori di montagna (fragilità, acclività, isolamento) richiedono, a garanzia del loro sviluppo sociale ed economico, l’adozione di “buone pratiche” di governo incentrate su ampie autonomie amministrative. Nelle regioni alpine tali pratiche affondano le proprie origini in epoche storiche lontane e molte di tali pratiche sono pervenute fino ai giorni nostri attraverso il meccanismo delle autonomie speciali che, proprio in alcune regioni delle Alpi, si sono dimostrate portatrici di modelli virtuosi di gestione amministrativa. La motivazione più convincente che milita a favore dell’autogoverno dei territori di montagna risiede nell’obiettivo di arrestare lo spopolamento a tutto vantaggio della montagna vissuta. La montagna abbandonata non giova a nessuno e genera costi elevati nelle terre basse in conseguenza del venir meno della quotidiana manutenzione e monitoraggio (a basso costo) che la residenzialità attiva degli abitanti produce. In un territorio montano saldamente presidiato dai residenti, i costi per la comunità statale sono minori e tali da non giustificare forme di assistenzialismo mortificanti ed improduttive. Viceversa, soprattutto in fasi economiche di crisi congiunturale e/o strutturale, il riconoscimento di particolari diritti di autogoverno riduce i vincoli burocratici da parte dello Stato e favorisce forme di creatività e d’iniziativa privata su base comunitaria, come si addice a realtà aventi le caratteristiche di territori fisicamente disagiati. La sottrazione di tali diritti e pratiche alle comunità alpine determinerebbe un aggravio di costi per la collettività nazionale, soprattutto in termini etici e sociali, con grave pregiudizio per gli assetti territoriali delle terre alte anche in termini eco-nomici ed eco-logici: re-inselvatichimento, abbandono, dissesti idrogeologici, entropia ambientale. Risparmi misurabili in termini di valorizzazione del territorio quale patrimonio e capitale umano sono conseguibili – solo e soltanto – attraverso una consapevole responsabilizzazione degli attori sociali e degli stacke holder presenti nelle terre alte. Attraverso una diretta presa in carico del governo del territorio si deve favorire la coevoluzione fra insediamento umano e ambiente onde evitare il dualismo contrapposto fra eccessivo consumo del suolo da un lato e rinaturalizzazione selvaggia dall’altro lato. Soluzioni, entrambe, derivate da ideologie pianificatorio-centralistiche ed urbano-centriche estranee ai territori ed autoritariamente impositive. Le Provincie autonome di Trento e di Bolzano e la Regione autonoma Valle d’Aosta sono le sole realtà alpine e montane italiane che, dati statistici alla mano, hanno saputo frenare l’abbandono della montagna e trattenere i giovani sul territorio. Non sono forse, questi, risultati economico-sociali misurabili ed esportabili anche in una logica meramente computazionale e quantitativa, oltre che altamente qualitativa? Se si fa una comparazione analitica con gli altri territori di montagna della Penisola, siano essi alpini o appenninici, il contrasto risulta immediatamente evidente. Nelle Regioni dello spazio alpino disegnato dalla Convenzione delle Alpi (per l’Italia, dalla Liguria occidentale al Friuli-Venezia Giulia, passando per il Piemonte, la Lombardia, il Veneto) i territori di montagna sono confinati in una dimensione marginale preoccupante rispetto alle pianure o alle riviere. Le risorse sono pressoché inutilizzate (biomasse legnose, produzioni alpicolturali ecc.). In questi casi esemplari, la marginalità è giustificata in termini di geografia fisica ma va detto, senza ipocrisie, che essa è la risultante di una marginalizzazione politico-amministrativa oltre che culturale. La filosofia del buongoverno richiede un sempre maggiore accesso a pratiche di partecipazione e di cittadinanza attiva, soprattutto in momenti di crisi economica e finanziaria come quelli che stiamo vivendo. Se analizziamo le terre alte della dorsale appenninica, lo scenario risulta ancor più inquietante. L’esodo dalle terre alte, esploso nel secondo dopoguerra in forme bibliche, costa ogni anno alla collettività nazionale l’esborso di ingenti risorse finanziarie allo scopo di porre riparo ad degrado dei terreni montani abbandonati. Se una politica di rilancio abitativo della montagna – peraltro riscontrabile in recenti indicatori o trend di ritorno nelle forme di un neo-ruralismo consapevole (allevamento, pascolo vagante) o di un neo-terziarismo tecnologico a basso impatto – venisse promossa ed accompagnata dalla Politica, tali nuove tendenze al contro-esodo uscirebbero dai rischi dello spontaneismo e produrrebbero inusitati circoli virtuosi. Fin dal Medioevo, la feudalità rurale europea aveva compreso che i territori estremi di montagna o insulari o al di sotto del livello del mare (Paesi Bassi), necessitavano di provvidenze particolari diverse dalle pianure. La nascita delle autonomie speciali alpine va ricercata qui e non letta alla stregua di un malinteso privilegio di casta inventato nel dopo-guerra per contrastare le ipotesi annessionistiche delle regioni di confine. La rivisitazione del passato aiuta a comprendere il presente ed a progettare il futuro. Se si vuol salvare la montagna occorrono provvidenze che lascino agli abitanti quelle libertà di gestione che li rendano svincolati da norme non valide per questi territori. Lo Stato burocratico ha creato servizi costosi che in una piccola comunità potrebbero essere assicurati dall’autogestione, dall’apporto delle risorse del volontariato stimolate da rapporti vis à vis e non formali. La diversità delle terre alte impone una diversità di regole di governo: l’uniformizzazione dei territori è la peggiore delle diseguaglianze, pur motivate da nobili propositi democratici.
MISURE ORIENTATIVE
Le misure necessarie per conseguire gli obiettivi di cui sopra dovrebbero riguardare:
1) Mantenimento dei servizi essenziali sul territorio (scuole, ospedali, strutture di aggregazione e di accoglienza per la popolazione);
2) Alleggerimenti burocratici e fiscali, soprattutto per i giovani interessati ad avviare iniziative economiche in montagna (sportelli per il cittadino);
3) Reti informatiche (banda larga ecc.);
4) Gestione delle risorse idriche e forestali;
5) Gestione cooperativa di beni e attività economiche;
6) Potenziamento delle filiere appropriate e dei mercati locali;
7) Sovranità energetica
8) Valorizzazione delle unità amministrative locali (spesso i piccoli comuni di montagna amministrano grandi estensioni territoriali a prescindere dal numero degli abitanti);
9) Sussidiarietà ed economie di scala (ruolo degli enti intermedi fra Comuni e Provincie/Regioni per abbattere i costi e le spese correnti di funzionamento dei piccoli comuni tramite la gestione comune di servizi). A proposito della nozione di “sussidiarietà” va osservato che, già nella Dottrina sociale della Chiesa contenuta nell’Enciclica “Quadragesimo anno” (1931), si affermava: «E’ necessario che l’autorità suprema dello Stato rimetta ad assemblee minori ed inferiori il disbrigo degli affari e delle cure di minore importanza in modo che esso possa eseguire con più libertà, con più forza ed efficacia le parti che a lei sola spettano di direzione, di vigilanza, di incitamento, di repressione, a seconda dei casi e delle necessità».
10) Gestione Fondi strutturali europei 2014-2020:
Strategia europea 2020 – Priorità e interventi:
• Utilizzo integrato delle risorse
• Partecipazione allargata e attiva dei territori (la strategia comunitaria 2020 sostituirà l’attuale strategia di Lisbona).
Tre sono le priorità, secondo la Commissione Europea:
1. Crescita intelligente (sviluppare un’economia basata sulla conoscenza e l’innovazione).
2. Crescita sostenibile (promuovere un’economia più efficiente sotto il profilo delle risorse, più green e più competitiva).
3. Crescita inclusiva (promuovere un’economia con un alto tasso di occupazione che favorisca la coesione economica, sociale e territoriale).
Per le zone montane (nella nostra fattispecie lo “Spazio alpino”):
a) Priorità della crescita sostenibile che include, al proprio interno, la lotta al cambiamento climatico e la produzione di energia da fonti rinnovabili, la protezione della bio-diversità, la tutela delle acque. L’impostazione dello sviluppo in termini inclusivi e su base territoriale è quanto di più necessario per le nostre montagne che presentano una situazione territoriale fragile e necessitano di politiche concepite soprattutto in relazione ai bisogni e alle opportunità delle singole aree.
b) Selettività delle scelte.
c) Necessità di affrontare la frammentazione amministrativa e maggiore coordinamento fra l’azione regionale e quella degli attori territoriali, azioni di monitoraggio del territorio.
d) Cooperazione transfrontaliera (le regioni alpine sono tutte regioni di confine che possono gestire programmi interreg/spazio alpino con risorse europee, spesso sottoutilizzate e decisive oggi e domani a fronte delle minori risorse nazionali disponibili).
Poiché finora le politiche per la montagna hanno concentrato prevalentemente le risorse sull’agricoltura industrializzata dei fondovalle, si impone un salto di paradigma che riporti le attività di montagna a privilegiare gli aspetti qualitativi ad elevato valore aggiunto. Ma diventa irrInunciabile che, di fronte al dilagare dell’incuria del territorio, si rilanci quella “cultura della cura” che soltanto l’autonomia può garantire e promuovere.
ASSI PORTANTI DI UNA STRATEGIA
È opportuno tendere a un modello di sviluppo pluralista, in cui le forme proprie della società e dell’economia dei luoghi montani possano esprimersi e affermarsi da protagoniste, differenziandosi e combinandosi con le forme industriali e metropolitane. Si tratta di uscire da una visione di sviluppo unico mirando a una “diversità integrata”. Così come è importante abbandonare logiche solo conservative e immobiliste e valorizzare le distinzioni specifiche di produzioni connesse alle risorse e alle competenze locali, con il coinvolgimento dell’innovazione tecnologia, avendo particolare riguardo alle tecnologie dell’informazione e della comunicazione.
La tutela e la valorizzazione dei beni comuni nei territori montani, del loro paesaggio, della loro cultura, è già esperienza avanzata e affermata in alcune realtà dell’arco alpino italiano, mediante norme dedicate, investimenti pubblici mirati e reti di solidarietà civile volontaria, che prevengono rischi, danni e costi e generano qualità della vita e importanti economie per i residenti, nonché forte attrazione per gli ospiti turisti, con i relativi risparmi da parte dello Stato centrale per la tutela del territorio. È necessario confermare ed estendere quel modello di buon governo del territorio, riconoscendone la rilevanza decisiva nell’economia nazionale.
Gli investimenti in conoscenza per la valorizzazione delle capacità professionali di alto profilo a fronte della creazione di opportunità lavorative evolute, in particolare per le giovani generazioni, sono cruciali al fine di potenziare la disposizione a vivere nelle terre alte e a evitarne il depauperamento demografico e l’abbandono. Nel turismo, nell’agricoltura di montagna, nell’artigianato e nell’industria di nicchia, esistono nelle terre alte esperienze di particolare valore, con vocazione all’innovazione e di livello internazionale. È importante riconoscere quelle esperienze e potenziarle, estendendole, come una delle componenti decisive dello sviluppo e della crescita dell’intero Paese.
La vocazione all’autonomia e all’autogoverno delle terre alte ne fa un esempio decisivo di un modello di federalismo possibile, sostenibile e responsabile, in grado di non dipendere solo dallo Stato centrale e capace di tenere i servizi vicino alla popolazione, con qualità e efficace combinazione tra intervento pubblico e azione volontaria. Nella valorizzazione delle differenze di cui il Paese è composto, è importante evitare la standardizzazione e riconoscere le vocazioni dei luoghi montani e della loro originalità, nonché delle forme di autogoverno con le loro economie e la loro efficienza ed efficacia.