“Sarò l’avvocato difensore del popolo italiano”. Così ha detto Giuseppe Conte, subito dopo aver ricevuto l’incarico dal Presidente Mattarella.
Sarà anche “molto religioso e devoto a Padre Pio”, ma non poteva scegliere una definizione più chiara di questa per marcare una siderale lontananza di concezione della politica e delle istituzioni rispetto alla cultura cattolico democratica.
In base alla nostra cultura, il capo del Governo non è affatto l’avvocato del popolo, così come il padre di famiglia non è l’avvocato dei figli: ne è semmai il servitore, l’interprete e sopratutto una guida, che esprime e insieme richiede a tutti responsabilità.
Difronte al governo che nasce, misuriamo una lontananza non solo programmatica e di visione, ma anche di “principi primi” attorno al significato della rappresentanza e della democrazia.
Una lontananza siderale che corrisponde, appunto, a quella tra populismo e popolarismo.
È principalmente da qui che dobbiamo partire per reinterpretare, un secolo dopo, con spirito rinnovato e strumenti adeguati al nostro tempo, quell’appello “ai liberi e forti” evocato in questi giorni anche dal Cardinale Presidente della CEI.
