Può sembrare bizzarro annunciare impegni sul futuro di un partito – l’UPT – nell’ultimo giorno di questa campagna referendaria.
Non lo è affatto.
Perché siamo in Trentino. E il voto di domenica – comunque vada – avrà un effetto rilevante sulla nostra Autonomia.
Dunque, la politica deve attrezzarsi:
– per cogliere la grande ma anche delicata opportunità che deriverebbe dal SI;
– per organizzare la resistenza di fronte al periodo incerto che deriverebbe dal NO.
In un caso e nell’altro, non saremo in un “tempo ordinario”.
Per questo i partiti non possono che mettersi subito in discussione, per essere ancora riconosciuti e utili nei nuovi scenari che comunque, inesorabilmente si aprono.
Ogni tentazione conservativa sarebbe suicida; ogni congettura puramente tattica non servirebbe a nulla; e’ questo che succede nei momenti di radicale cambiamento di ciclo.
Voglio considerare il primo scenario, perché sono fiducioso.
Dopo la vittoria del SI, potremo considerare pienamente aperta la fase di revisione dello Statuto, alla luce del principio dell’intesa.
Tale revisione ha due dimensioni (si vedrà se temporalmente distinte, come io penso, oppure no):
– la messa in sicurezza delle competenze e la conferma a regime del principio dell’intesa (rapporti con lo Stato);
– l’aggiornamento dell’architettura autonomistica, in base ad un rinnovato progetto di comunità (rapporti interni).
In particolare per la seconda dimensione (ma anche per la prima, in verità), in un tempo come il nostro, occorre una coscienza collettiva, una coesione ideale ed una partecipazione politica straordinarie.
Per questo sono necessarie sintonia e simpatia tra popolo e politica.
Il Primo Statuto e’ stato figlio del clima di Parigi e dell’avvio della Repubblica democratica; se ne occupò principalmente Alcide Degasperi.
Il Secondo Statuto nacque dal dramma delle rotture a cavallo degli anni 50 e 60; se ne occuparono alcuni grandi condottieri locali e i leader nazionali, a Roma e a Vienna, con lungimiranza e coraggio.
Il Terzo Statuto nascerà invece solamente se sarà il frutto di una intelligenza collettiva e di una forte alleanza tra popolo, corpi intermedi e politica.
Perché questo è il tempo della frammentazione e della crisi della democrazia formale e scommesse forti, in controtendenza e ambiziose – come quelle di un Terzo Statuto che non ci omologhi, ma ci rafforzi quale laboratorio innovativo – neppure si possono immaginare senza un tessuto comunitario attivo, protagonista e mobilitato.
La politica trentina deve perciò riposizionarsi rispetto a questo obiettivo, che nei prossimi anni sarà il vero paradigma sul quale rigenerare e misurare identità e appartenenze.
Identità astrattamente ideologiche; semplici apparenze a sigle nazionali; gloriose eredità del passato rivendicate; potere amministrativo esibito: potranno essere tutti elementi plausibili, ma da soli non saranno all’altezza del compito che ci attende.
Lo Statuto di Autonomia e’ il vestito giuridico di una Costituzione Materiale fatta di valori, cultura, modi di essere e di vivere del popolo.
Ricordando Aldo Moro e la sua magistrale definizione dell’idea di Stato (“Lo Stato e’, nella sua essenza, società che si svolge nella storia, attuando il suo ideale di giustizia”), potremmo dire che “L’Autonomia Speciale e’, nella sua essenza, la nostra costituzione materiale che si svolge nella storia, attuando la sua aspirazione al Land”.
Per questo, nel mentre dichiara di voler lavorare al Terzo Statuto, la politica non può non chiedere alla comunità di fare una seria e rigorosa ricognizione sullo stato di salute di questa Costituzione Materiale, sulla attualità, condivisione e pratica effettiva di questi valori. Sul loro rapporto con i nuovi scenari sociali, tecnologici, culturali e antropologici di questo nostro tempo e sui nuovi bisogni che essi generano nelle pieghe nascoste della vita delle persone e delle formazioni sociali.
Da parte sua, la politica non può che assumere i capisaldi di questa costituzione materiale in mutamento quali pilastri fondativi per un proprio aggiornato statuto identitario.
Questo è il senso profondo e di prospettiva della “fase costituente” che l’UPT ha deciso di aprire.
Tutt’altro che un tatticismo di corto respiro, pensato per acquisire qualche notabile in può o qualche spezzone di sistema politico alla ricerca di nuovi approdi.
Se fosse solo questo, sarebbe opera vana e destinata a sicuro naufragio o comunque all’irrilevanza.
Personalmente ritengo che vi siano due ingredienti della nostra costituzione materiale che possono diventare i pilastri di una nuova identità politica; una sorta di nuova frontiera di quel “popolarismo” che fa parte del DNA del nostro partito, ma che deve e può diventare una dimensione unificante del modo di essere della Comunità Autonoma del Trentino.
Mi riferisco al valore della “solidarietà” e alla tensione verso “l’utopia tecnicamente fondata”.
Il primo valore da pregnanza al termine comunità, altrimenti equivocabile come suggestione di piccola patria identitaria.
Il secondo traduce l’attitudine al fare da se, l’inquietudine di chi non si adagia sul presente, la voglia di far crescere competenze e di mettere a frutto le intelligenze per migliorare. In altre parole, il senso dell’Autonomia nella sua declinazione riformatrice e aperta.
Coerentemente con questo percorso di ridefinizione dei pilastri identitari, sarà anche necessario definire le nuove forme della partecipazione e della rappresentanza politica. Se le vecchie forme dei partiti sono oggi spiazzate e consumate, occorrerà costruirne di nuove.
Perché senza infrastrutture politiche organizzate, radicate e partecipate, la comunità trentina non può affrontare il difficile e ambizioso percorso che le sta davanti.