Roma 14 ottobre 2015

Signora Presidente,
Signor Presidente del Consiglio,
Colleghe e Colleghi,

i dibattiti parlamentari in vista dei Consigli Europei sono prassi consolidata che qualcuno potrebbe definire rituale; sono invece la prova evidente che il confine tra tra politica interna e azione comunitaria e’ ormai così labile che neppure si vede più. La seconda è un modo di essere della prima e viceversa.
Questo confine diventa invece sempre più marcato nella comunicazione della cattiva politica.
Quella di chi indica l’Europa come un nemico minaccioso; di chi si rapporta ad essa con la liturgia stucchevole delle lamentazioni auto assolutorie; di chi è europeista a giorni alterni, a seconda del barometro degli umori.
Si è per l’Europa quando si pretende la difesa dei confini contro le presunte invasioni dei nuovi barbari o dei nostri prodotti contro la concorrenza più o meno leale dei Cinesi, ma nello stesso tempo si vorrebbe uscire dall’Euro, ben sapendo peraltro che l’Italia senza Euro sarebbe stata – e sarebbe tutt’oggi – travolta dai mercati globali e marginalizzata.
Si vuole più Europa e insieme meno Europa.
Questa schizofrenia nasconde in realtà un deficit di coraggio e di visione.
La prospettiva europea costituisce una vocazione irrinunciabile e irreversibile per il nostro Paese. E chi lavora contro di essa, lavora semplicemente contro il Paese ed il suo futuro. Senza se e senza ma.

Signor Presidente del Consiglio,

questo è il nostro principio ispiratore; e per noi vale molto di più di ogni pur giusta critica a ciò che fanno o non fanno gli organismi comunitari.
Riteniamo che il nazionalismo non faccia parte del codice genetico dell’Italia. E quando esso riemerge – come accade in questo tempo – palesa la sua vera natura. Non è l’esagerata esaltazione di uno spirito della Nazione, ma il ripiegamento nella ricerca di un nemico esterno utile per potersi nutrire delle paure e delle ansie di chi più fa fatica a stare al passo con questi tempi di grande e tumultuoso cambiamento.
I nazionalismi in salsa nostrana sono sintomo di una malattia grave del corpo sociale e della politica.
Non si può essere europeisti “a la carte”. Tutto si lega oppure tutto si sfalda. Dipende dalle scelte che si fanno.
Noi siamo perché tutto si leghi; perché ogni tassello del mosaico europeo trovi il proprio posto nella faticosa costruzione di un mosaico che sarà unitario ed armonico oppure non sarà.
La proposta di risoluzione di maggioranza – nella quale ci riconosciamo – impegna il Governo su alcuni di questi tasselli ma non trascura la filigrana del disegno generale.

Il tassello prevalente oggi è quello dell’emergenza migratoria, che anche per merito del Governo e del Parlamento italiani e’ stato assunto – come in effetti è – quale tema europeo e non nazionale.
La risoluzione da mandato al Governo di sostenere i punti principali indicati nei documenti preparatori del vertice: cooperazione con i paesi terzi per il contenimento dei flussi; rafforzamento della protezione delle frontiere esterne anche attraverso il rafforzamento di Frontex; strategia per la gestione coordinata degli afflussi e – nei casi prescritti -dei rimpatri; attivazione degli Hotpots; attuazione del piano di ricollocazione dei rifugiati presenti in Italia e Grecia; nuova disciplina europea sul diritto di asilo, che noi speriamo consista nella possibilità di fare richiesta nei paesi di transito, di viaggi sicuri e di un data base europeo.
Un insieme di azioni ispirate ai principi di responsabilità e realismo, che raccolgono molte proposte da tempo discusse e condivise anche da questa Camera.
Ma noi sappiamo che le migrazioni hanno natura di fenomeno strutturale e che le emergenze delle quali le nostre popolazioni hanno evidenza anche fisica nei rispettivi territori ( spesso esagerata da una comunicazione gridata ) hanno alla propria radice processi ben più diffusi e radicali di cambiamento negli assetti del mondo.
Nessuna strategia pur necessaria di gestione delle emergenze sarà efficace e significativa se l’Europa non coglierà il senso delle due sfide globali e storiche che ha di fronte: la sfida dei diritti umani, che non può essere assunta a fasi alterne e secondo interessi di bottega e quella che deriva dalla combinazione dei processi demografici, economici, energetici e ambientali. Questi processi – proiettati al vicinissimo 2050 – disegnano un mondo che non assomiglia per niente a quello conosciuto e che spazzerà via con la forza della storia ogni muro e ogni falsa certezza, Frontex o non Frontex, se l’Europa non comincerà seriamente a fare ciò per cui esiste: rialimentare i propri valori di civiltà, trovare nuovi equilibri, muoversi con lungimiranza, intelligenza, coraggio e creatività, cogliere le opportunità che producono futuro e non solo le grandi criticità che scatenano la paura.
Condividiamo e apprezziamo – in questo senso – la centralità che il Governo attribuisce all’Africa. La questione africana – con la sua punta avanzata costituita dalla sponda sud del Mediterraneo, il nostro mare domestico – e’ l’epicentro e assieme il paradigma dei processi storici di cui prima parlavo.
L’Italia è il paese del grande Giovanni Bersani che nel 1975 – con la mitica Convenzione di Lome’ – ha impostato una straordinaria cooperazione euro africana. È il paese ove si è costruita la pace del Mozambico. Dall’Italia sono partiti e ancora oggi partono missionari e volontari religiosi e laici che tengono viva – non sempre con il sostegno delle istituzioni, fino agli ultimi anni – la meravigliosa esperienza della cooperazione di comunità. In Italia hanno studiato e studiano molti giovani africani, futuri leaders di un continente in rapida trasformazione. Tutto questo patrimonio va rilanciato come ponte tra Africa ed Europa e come base per una cooperazione che può diventare e sta già diventando anche opportunità di crescita economica di interesse comune e con un profilo etico che contrasti le forme scandalose del neocolonialismo di rapina.
Si pongono in questo scenario anche le responsabilità europee ed italiane difronte alla drammatica situazione della Siria, dell’Iraq e della Libia e difronte alla necessità di contrastare la minaccia del terrorismo di matrice fondamentalista.
Avremo altre occasioni di discutere e di esprimere se del caso specifici nuovi indirizzi parlamentari al Governo.
In questa sede ci limitiamo a riconfermare che la soluzione non può che essere ricercata in una logica di coesione internazionale. Iniziative unilaterali – come da ultimo ha affermato il nostro Presidente della Repubblica – non conducono a risultati solidi ma rischiano semmai di peggiorare un quadro già drammatico e complicato. La stessa azione militare, se affidata a iniziative spot come ora sta accadendo e se al di fuori di una strategia condivisa, definita e fondata su una preminente visione politica, rischia di rispondere a ragioni di parte e di provocare devastanti effetti umanitari e politici.
Sosteniamo dunque la posizione prudente ma non remissiva assunta fin qui dal Governo e confidiamo – per quanto concerne la Libia – che le recenti notizie del possibile accordo raggiunto tra le parti sul terreno possano essere confermate e rendere così praticabile una iniziativa internazionale a guida italiana per la ricostruzione civile e materiale del Paese.

Un secondo tassello del mosaico e’ costituito dalle prospettive di rafforzamento della governance europea nel campo economico e finanziario.
Siamo d’accordo che la governance e’ strumento e non fine della politica europea; tuttavia è tema non secondario.
Noi condividiamo sulla strategia dei due livelli: salvaguardare l’Unione negoziando con i paesi in dubbio come l’Inghilterra forme realistiche e ragionevoli di compromesso da un lato e rafforzare la cooperazione politica ed economica della zona Euro dall’altra.
Sotto questo secondo importante profilo, la risoluzione di maggioranza recepisce molte delle proposte emerse nel recente dibattito pubblico in Italia e in altri Paesi europei, ed in particolare in alcuni articoli scritti, con la conoscenza dei meccanismi e la sensibilità che lo connotano, dall’ex Ministro Enzo Moavero.
Vorrei qui richiamare due di questi punti. Primo: un bilancio comune della zona Euro, presidiato da una sorta di Ministro dell’Economia che sia anche interlocutore politico della BCE. Secondo: la correlata possibilità di un debito pubblico della zona Euro che finanzi investimenti per la crescita e la competitività.
Sottolineo inoltre la proposta di accordi contrattuali di partenariato tra Commissione e singoli Paesi dell’Unione, finalizzati a dare stabilità e proiezione pluriennale allo scambio, previsto nei Trattati, tra flessibilità di bilancio e riforme strutturali.
Siamo inoltre soddisfatti che la risoluzione di maggioranza contenga un punto specifico da noi richiesto: l’impegno al Governo a compiere ogni sforzo per utilizzare interamente i fondi europei della programmazione 2007/2013. Si tratta di alcuni miliardi di Euro che, ove non utilizzati entro quest’anno, andranno perduti, o meglio ripartiti tra gli altri Paesi, con grave danno per noi sia reputazionale sia economico e finanziario, posto oltretutto che pur con il pieno utilizzo di questi fondi il nostro paese risulta in ogni caso tra quelli che danno al bilancio europeo più di quello che riescono a ricevere.

Signora Presidente,
Signor Presidente del Consiglio,

il nostro Gruppo Parlamentare incoraggia il Governo a proseguire sulla strada intrapresa e oggi ulteriormente precisata dalla risoluzione che la Camera adotterà e confida che questa strada sarà percorsa tenendo sempre assieme l’idealità della visione europeista con l’approccio di realismo politico, che deve ispirare positive mediazioni e ragionevoli compromessi. Sappiamo che l’Unione e’ una costruzione ancora fragile e che gli strumenti a disposizione non sempre sono all’altezza della domanda di coesione e di rapidità nelle decisioni.
E tuttavia, occorre andare avanti, perché il costo politico, economico, umanitario della “non Europa” incomincia a diventare insostenibile e pregiudizievole per il futuro.
Sappiamo anche che l’Europa e’ chiamata a questo cammino nel momento di maggiore gracilità delle proprie cosiddette famiglie politiche, ognuna in realtà in grande crisi di identità e di rapporto con la propria matrice culturale originaria. E le leadership nazionali – che pure oggi sostengono quasi per intero l’impatto con le opinioni pubbliche sempre più inquiete – non possono da sole, alla lunga, sostenere la durezza delle decisioni di lungo periodo che devono essere prese.
Per questo, costruire Europa vuol dire prima di tutto ritornare ad investire su cultura, coinvolgimento, partecipazione, sussidiarietà, responsabilità dei corpi sociali. In una parola: buona politica.
Riformismo nelle istituzioni nazionali ed europee; riformismo sociale; riforma della politica e dei meccanismi della rappresentanza: anche in questo senso tutto si lega o tutto si sfalda. Noi lavoriamo per la prima di queste due ipotesi, sostenendo il Governo in questa legislatura e preparando – per quanto compete a noi – un cantiere democratico popolare che concorra a proiettare nel futuro un centro sinistra unito, moderno e plurale.

Grazie.