In nessun momento della nostra storia è risultato più evidente che il futuro di un Paese come il nostro dipende in gran parte dalla capacità di investire in conoscenza e, soprattutto, di trasformare la conoscenza in valore sociale ed economico, riconoscibile e spendibile nel mercato globale. Dobbiamo dunque tornare ad investire con costanza e determinazione sulla scuola, l’università, la ricerca scientifica. Ma dobbiamo soprattutto renderci convinti che tutte le componenti del sistema della conoscenza, oltre che potenziate, devono anche essere riposizionate verso standard di qualità e obiettivi di eccellenza. In altre parole, è assolutamente impensabile produrre innovazione se nelle istituzioni e nelle organizzazioni a ciò preposte prevalgono pigrizie, difese consociative, ostilità al primato del merito. Le botti andate a male, come noto, rovinano anche il vino buono e nuovo, inteso nel senso delle risorse finanziarie ma anche di quelle umane, dei tanti giovani portatori di quei talenti che dovrebbero essere al centro di tutte le premure. La ritrosia al cambiamento e l’autoreferenzialità che caratterizzano parti importanti del nostro sistema accademico e scientifico non fanno che accrescere il nostro ritardo rispetto alle aree emergenti nel mondo e ridurre drasticamente le opportunità di valorizzazione dei talenti delle nuove generazioni. Serve una coraggiosa stagione di cambiamento. Serve in primo luogo cambiare radicalmente i meccanismi di reclutamento e di valorizzazione del capitale umano. Nel nostro più importante ente di ricerca, il CNR, la percentuale dei Direttori delle 107 strutture di ricerca di nazionalità non italiana è inferiore al 2%; presso il Max Planck è pari al 34%. Occorre passare ad un reclutamento di tipo attivo: cercare i migliori attori da utilizzare per creare eccellenza, sviluppando trattative personalizzate. Servono scuole internazionali di dottorato, competitive con quelle offerte dagli Stati Uniti (che attraggono più del 20% dei dottorandi mobili internazionalmente) e dagli altri Paesi più dinamici. Serve che la nomina dei direttori scientifici delle strutture di ricerca e dei professori universitari avvenga sempre con riferimento al top internazionale delle specifiche aree, garantendo una quota elevata di chiamate per chiara fama. Le azioni di Governo a tutti i livelli dovrebbero coerentemente perseguire i medesimi obiettivi: garantire un flusso costante di risorse per la ricerca pubblica e privata; ringiovanire il personale di ricerca; sostenere l’internazionalizzazione del nostro sistema e gli investimenti stranieri in ricerca; potenziare l’autonomia di reclutamento concessa agli atenei, responsabilizzandoli sul piano finanziario ma liberandoli dalle secche di una impostazione ancora troppo centralista; consolidare le nostre piattaforme tecnologiche, orientandole alle grandi opzioni della ricerca europea; sostenere i distretti ad alta tecnologia, facendo crescere i poli di eccellenza internazionalmente riconosciuti e credibili. Occorre che il sistema Paese definisca più nettamente le priorità di ricerca, in ragione delle sue peculiari vocazioni produttive. Ma per fare tutto questo, per vincere le resistenze e compiere scelte veramente di futuro, occorre alzare il profilo del nostro orizzonte. E a questi fini serve che l’Italia si dia un metodo e una strategia. Stato, Regioni, forze economiche e scientifiche debbono riconoscersi in una sorta di Board deputato trasversalmente alla strategia scientifica e tecnologica, come avviene nei Paesi che più di altri hanno saputo investire in innovazione.